Omelia Mons. Erminio De Scalzi

OMELIA Mons. De Scalzi 20ottobre2017

Mons. De Scalzi

S.Messa del 20 ottobre 2017

 

OMELIA

(trascrizione non rivista dall’autore)

 

Mancavo da un po’ di tempo dalla parrocchia S.Marcellina in Muggiano, imparentata con la mia parrocchia di S.Ambrogio. Stasera vengo volentieri perché inauguriamo il restauro della vostra Chiesa.

Innanzitutto ringrazio il parroco, il Decano e i sacerdoti. Saluto tutti e ciascuno.

Con il recente restauro quasi non riconosco più la chiesa anche se è la chiesa di Muggiano. Con il recente restauro la chiesa ha ritrovato la sua originaria bellezza. E’ importante ritornare a riconoscere la bellezza a scoprirla e custodirla; nella natura, nelle nostre chiese, nelle nostre case, nel volto delle persone che amiamo e incontriamo: diventa sorgente di speranza di positività.

Una bella chiesa permette la costruzione di relazioni significative e profonde, sviluppa la gioia di stare in un luogo amato e desiderato. Tutte le espressioni di autentica bellezza possono essere riconosciute come un sentiero che aiuta a incontrare Dio.

Come sapete uno dei nomi di Dio è la “Bellezza”. L’andare a Lui che si chiama “Via Pulchritudinis”1 , la via della bellezza. La bellezza in tutte le sue forme in cui si presenta. Qui in maniera particolare, questa sera, la bellezza della chiesa ci parla di Dio. L’invito quindi è a salire dalla bellezza vista con gli occhi a quella invisibile che nella fede è più chiara più intensa più vera di quanto l’occhio può contemplare. E questa bellezza è responsabilità e compito per ciascuno di noi. Per realizzarla va pazientemente cercata. Richiede ascesi la bellezza, essenzialità, silenzio, contemplazione e coincide con la qualità umana del nostro vivere. Riguarda gli spazi e i tempi del nostro quotidiano esistere. La bellezza di cui abbiamo tutti bisogno è tale che se noi la custodiamo essa custodisce noi. Questa chiesa diventa bella infinitamente più bella, a partire da questa sera, per essere il tempio vivo fatto di volti e di persone che in essa vi abitano e che da qui escono per testimoniare il dono del Signore ricevuto nell’Eucaristia. Questa sera diviene un’occasione felice per ammirare la bellezza semplice e solenne della nostra chiesa, per rievocare la storia di fede ereditata da custodire ma anche da rivivere, in un mondo che sta profondamente cambiando, per comprendere quella chiesa fatta di pietre vive che siamo noi battezzati e per esprimere stima e gratitudine alla propria parrocchia. La celebrazione di questa sera è occasione felice per esprimere questa stima, la stima che un credente deve alla propria Comunità. La chiesa non è tutta e solo la parrocchia, ma è attorno alla chiesa parrocchiale che i credenti esprimono normalmente il loro essere comunità. Una parrocchia può avere tanti impegni, però ha un grande valore di essere chiesa aperta a tutti, senza distinzione di età di classe sociale di cultura. L’essere in un territorio può rendere la parrocchia accessibile a tutti, ma soprattutto la parrocchia, se ci pensate, ha accesso alle relazioni familiari che rappresentano l’elemento più profondo della costituzione della persona. Non esistono per nessun altra realtà, che abbia una pretesa unificante, momenti significativi come possono essere la nascita (nel Battesimo), la Prima Comunione, la Cresima dei nostri ragazzi, la malattia, il funerale dove tu accompagni i tuoi cari, il matrimonio, dove celebri l’Amoris Laetitia. La parrocchia è il felice incontro della Chiesa tra la gente. Radicata sul territorio, diviene la possibile praticabilità di un vissuto cristiano per ogni persona.

Noi stasera vogliamo esprimere stima e gratitudine alla nostra comunità. La storia di una comunità è importante, deve essere raccontata, scritta, perché facciamo in fretta a dimenticare quello che il Signore ha costruito per noi. Dio è all’origine di questa storia, di questa comunità, anche nei momenti difficili. Nella comunità c’è una storia fatta di momenti indimenticabili, della vita personale e comunitaria. Qui molti di voi sono stati generati alla fede. Molti hanno ricevuto la Grazia dei Sacramenti. Molti di voi hanno consacrato il loro amore. Così è la vita, per chi ha accompagnato verso il Padre i propri cari. E c’è un’altra storia che qui affiora alla memoria: essa ha avuto per protagonisti in questi anni tanti credenti che in questa chiesa hanno pregato, hanno sperato, forse pianto, e alla fine hanno chiesto vigore e forza per il duro mestiere di vivere

e per conservare, nei duri momenti dell’esistenza, la fede. In questa celebrazione noi sentiamo questa silente ma reale presenza di tutte queste nostre persone, attraverso le vie misteriose dalla comunione dei Santi. Sentiamo una vasta e profonda solidarietà. La Chiesa è un edificio estremamente espressivo di vari significati.

La storia ha inciso sulle sue pietre, l’ha rivestita di colori e forme, di accessibilità al Mistero che in essa si celebra. Una chiesa però non è semplicemente un interessante monumento, un edificio, ma è innanzitutto il luogo privilegiato dell’incontro con Dio. Senza questa relazione vitale e esistenziale mancherebbe ad essa la relazione che la fa esistere. Ogni chiesa prima di essere abitata da noi è abitata da Cristo. È lui il tempio definitivo nel quale l’uomo può incontrarsi con Dio. L’Eucaristia, che stasera celebriamo solennemente, presenta il misterioso ma reale memoriale di Cristo. Anche ora lo rende presente e attuale per ciascuno di noi. Primato allora della Chiesa, di ogni chiesa, è l’incontro personale e comunitario con il Signore. Egli deve divenire l’interlocutore delle nostre conversazioni più vere e più decisive. Colui che ci coinvolge con un rapporto interpersonale, che segna e determina il nostro modo di vivere. Il destinatario della nostra più emozionante relazione affettiva.

Alla chiesa veniamo ma non ci fermiamo alla chiesa. Dalla chiesa dobbiamo uscire, per testimoniare l’amore del Signore, che celebriamo anche questa sera.

Anche io ho dovuto restaurare la mia chiesa parrocchiale. Quando ho avuto un crollo nella mia chiesa, mi è caduta una colonna di 12 cm , che ha lesionato la navata centrale, non S.Ambrogio (guai! Se capita i milanesi…), ma nella chiesa posta vicina ad una trafficatissima arteria della città, Corso XXII marzo. Avrei voluto che si scrivesse sulla porta a vetri a grandi caratteri: Si entra per adorare Dio, si esce per amare e servire i fratelli. Ecco, in questo giorno particolarmente significativo per voi, io vorrei chiedervi di custodirla e di amarla questa chiesa. La fede è anche venire in chiesa, non è solo venire in chiesa! E’ soprattutto, dopo essere venuti in chiesa, uscire. La fede è nella mia vita: il mio modo di amare, il mio modo di spendere i soldi,

il mio modo di educare i figli, il mio modo di rapportarmi agli altri, cambiato dall’incontro con il Signore, nella chiesa, dall’essere venuto in chiesa.

Alla nostra chiesa nuova, rinnovata, vorrei fare questi auguri:

  • In una società che cancella i punti di riferimento, questa chiesa rimanga sempre il luogo dell’annuncio della gioia del Vangelo, per tutti coloro che chiedono un senso all’umana esistenza. All’uomo di oggi che pare aver smarrito il senso ultimo delle cose… dico pare perché ho letto un libro in questi giorni che iniziava cosi: io non sono credente, io non ho la fede, ma Dio mi manca. All’uomo di oggi che pare aver smarrito il senso vero delle cose sia un richiamo discreto, anche con il suo linguaggio, con la sua bellezza semplice, e parli del posto che Dio deve tenere nella vita di tutti, dica il primato dello spirituale.
  • Un altro augurio. Questa chiesa sia sempre proposta gratuita e disinteressata di aggregazione. Là dove spesso si sperimenta la solitudine e abbandono, difficoltà a comunicare, relazioni malate.
  • Costruita in mezzo le case la chiesa sia sempre casa accogliente, aperta a tutti, senza discriminazione. Anche il non credente, attratto dalla sua apertura di cuore, trovi qui lo spazio di silenzio, un momento di raccoglimento di pace, di ricerca profonda di quello che più conta, si senta atteso!
  • C’è un valore iscritto nelle mura di questa chiesa. Esse sono il frutto della generosità di tante persone, che hanno collaborato alla sua edificazione, al suo restauro e continuano a collaborare. Oggi questo valore si chiama corresponsabilità. Nessuno percepisca la comunità cristiana semplicemente come erogatrice di servizi. Nessuno si chieda che cosa fa la comunità cristiana per me, ma secondo i propri doni, il proprio servizio (ci sono dei servizi umili come quello di tenerla aperta e pulita), tutti si domandino: cosa faccio, cosa posso fare per la mia chiesa?

Auguri chiesa parrocchiale di S.Marcellina per il nuovo tratto di cammino.

 

1 VIA PULCHRITUDINIS

L’espressione via pulchritudinis viene a sintetizzare un percorso di riscoperta del ruolo evangelizzatore della bellezza e dell’arte già chiaramente individuato da papa Paolo VI e da papa Giovanni Paolo II. Benedetto XVI ha utilizzato più volte l’espressione, ad esempio nell’Udienza generale del 18/11/2009, dedicata al sorgere delle cattedrali medioevali, come nel discorso al termine della proiezione del film documentario Arte e fede – Via pulchritudinis, il 25/10/2012. Un documento del Pontificio Consiglio della Cultura, La “via pulchritudinis”, cammino di evangelizzazione e dialogo, redatto al termine dell’Assemblea plenaria del 27-28 marzo 2006, esplicita i diversi aspetti di questo percorso. Il termine viene, per così dire, consacrato poi da papa Francesco che, in Evangelii Gaudium 167 afferma: «È bene che ogni catechesi presti una speciale attenzione alla “via della bellezza”(via pulchritudinis). Annunciare Cristo significa mostrare che credere in Lui e seguirlo non è solamente una cosa vera e giusta, ma anche bella, capace di colmare la vita di un nuovo splendore e di una gioia profonda, anche in mezzo alle prove. In questa prospettiva, tutte le espressioni di autentica bellezza possono essere riconosciute come un sentiero che aiuta ad incontrarsi con il Signore Gesù».