Le nostre difficoltà ad avere speranza. Il nostro impegno a seminare speranza

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Le nostre difficoltà ad avere speranza. Il nostro impegno a seminare speranza


Marina Corradigiovedì 1 giugno 2017

Caro Avvenire, ieri il Papa in Udienza ha esortato i cristiani a seminare speranza. Ma guardando tanti siti di ispirazione religiosa e anche cattolica, sembra che la speranza sia omessa. Quasi non esiste, ci sono evocati quasi solo eventi catastrofici. Io credo che non dobbiamo aver paura di credere in Gesù, in suo padre, Dio, e nello Spirito Santo. Credo che il loro amore per tutta l’umanità non si esterni inculcando paura.

Rosella Brugnato via Facebook

Spe salvi”, si intitolava l’Enciclica di Benedetto XVI del 2007, riprendendo Paolo che ai Romani scriveva “spe salvi facti sumus”(“nella speranza siamo stati salvati”). E Benedetto iniziava proprio spiegando che «la redenzione ci è offerta nel senso che ci è stata donata la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente». Ma è vero, signora, in certi ambienti cattolici di quell’area che si definisce “tradizionalista” si respira invece una sorta di costante cupezza: il Papa sbaglia, la Chiesa è allo sbando, il cristianesimo è alla fine, e sarà cancellato dall’islam che ci invade. E anche lo sguardo sui comportamenti privati e collettivi è talvolta severo e moralista, evocativo di un Dio che, prima di amarci, punisce. Alcuni di questi cattolici sostengono di rifarsi all’insegnamento di Benedetto XVI. Ma rileggiamoci ciò che scriveva papa Ratzinger proprio nei primi paragrafi della “Spe Salvi”, dove citava Paolo nella Lettera ai Tessalonicesi, quando insegnava: «Voi non dovete “affliggervi come gli altri che non hanno speranza”. Anche qui compare come elemento distintivo dei cristiani il fatto che essi hanno un futuro: non è che sappiano nei particolari ciò che li attende, ma sanno nell’insieme che la loro vita non finisce nel vuoto. Solo quando il futuro è certo come realtà positiva, diventa vivibile anche il presente». E Benedetto aggiungeva: «Il Vangelo non è soltanto una comunicazione di cose che si possono sapere, ma è una comunicazione che produce fatti e cambia la vita. La porta oscura del tempo, del futuro, è stata spalancata. Chi ha speranza vive diversamente; gli è stata donata una vita nuova». Chi ha speranza vive diversamente. Non vede la fine imminente, il castigo pendente su di sé e il prossimo come una spada di Damocle, non vede solo ciò che non va nella Chiesa, ma riconosce anche i piccoli segni di cose buone che germogliano. (È lo sforzo, del resto, che tutti i giorni cerca di fare questo giornale: rendere conto, oltre che degli alberi che cadono con rumore, anche della silenziosa foresta che cresce). Chi ha speranza non demonizza il tempo presente, ma lo vaglia, per intravedere, al di là delle apparenze, il marchio di una domanda profonda di Dio, che pure alberga anche oggi negli uomini. Lo stesso Paolo, scriveva ancora Benedetto, ricordava agli Efesini come prima di incontrare Cristo essi fossero “senza speranza e senza Dio nel mondo”. Immersi in un futuro temibile e oscuro. Quando ci accade di trovare qualche cristiano che cade in questo pessimismo, o quando accade a noi di caderci, dovremmo forse chiederci che ne è, della nostra speranza. Se è viva, e se davvero, come dice Benedetto XVI, «produce fatti e cambia la vita». E, ha spiegato ieri Francesco, «lo Spirito Santo non ci rende solo capaci di sperare, ma anche di essere seminatori di speranza, di essere anche noi – come Lui e grazie a Lui – dei “paracliti”, cioè consolatori e difensori dei fratelli, seminatori di speranza». Seminatori di speranza. Difficile? Sì, forse. Più facile è disperare. Ma quanto abbiamo bisogno, di aiutarci in quell’altro sguardo.